mercoledì 19 ottobre 2005

Sono stato a trovare Dante

Ma lui non c’era. Trasferito a Ravenna. In Santa Croce la sua tomba vuota, in greco:ceno-tafio=vuota-tomba. E questo si sapeva. La casa vuota anch’essa; il perché è scritto nel “Libro del chiodo” dove sono i verbali delle condanne del tribunale fiorentino, che venivano trascritte su pergamene-manifesti e inchiodate all’albo pubblico: Wanted.
Questa la prima condanna.
“…ordiniamo che i detti messer Palmerio , Dante, Orlanduccio e Lippo…vengano multati di libbre 5000 di fiorini piccoli per ciascuno, da dare e pagare ai tesorieri del Comune di Firenze;…se non obbediscano alla condanna entro il terzo giorno, che tutti i beni del non pagante siano confiscati, devastati e distrutti; e devastati e distrutti restino di proprietà comunale…” 27 gennaio 1302. La seconda, del 10 marzo 1302: in nome di dio, amen. Questa è la sentenza di condanna data, premessa e promulgata dal nobile e potente cavaliere  messer Cante dei Gabrielli da Gubbio, onorevole Podestà della città di Firenze…che se qualcuno dei predetti in qualsiasi tempo cadrà in potere del detto comune, sia bruciato col fuoco finché muoia.
La terza, del 6 novembre 1315: In nome di Dio, amen. Questi sono i bandi profferti e pronunziati dal nobile cavaliere Rayneri di Zaccaria di Orvieto, Regio Vicario nella città di Firenze, contro i circoscritti ribelli…per il Sesto di Porta S.Piero tutti di casa Portinari…Dante Alighieri e figli…se in qualsiasi tempo verranno in potere nostro e del Comune di Firenze, siano condotti sul luogo di giustizia e quivi sia loro tagliata la testa dalle spalle, così che muiano.
La copia di questo libro delle condanne fa bella mostra nella casa-museo da poco riaperta e inaugurata qui a Firenze. E’ una casa falsa, ma ricostruita su modello e situata nel luogo vero dove Dante aveva imparato a dir “pappo e dindi”, nel sestiere di S.Piero, tra il Duomo e Palazzo vecchio. Per voi turisti: Dal Duomo prendete via Calzatoli, pochi metri e trovate via del Corso, sulla sinistra; la imboccate, sorpassate la prima gelateria (sempre piena di turisti, ma ce ne sono di meglio), continuate avanti, trovate il bar del bombolone caldo che viene giù dal piano di sopra: ripieno di cioccolata o crema o marmellata – io scelgo marmellata – Pochi metri avanti, sempre sulla destra, la chiesa di Beatrice, tomba di famiglia dei Portinari: gran buon uomo il padre di Bea, benefattore, con Monna Tessa, dei malati e poveri fiorentini. Tutto documentato da lapidi e iscrizioni contornate se non sovrapposte da mille sghiribizzi dell’attuale parroco-gestore che approfitta della notorietà del luogo per mettersi in mostra: si è già immortalato come ultimo dell’elenco scolpito nel marmo dei priori della chiesa, cominciando da quello che officiò le esequie della giovane e bella figlia dei Portinari morta nel fiore dell’età; addirittura il priore fa un salto all’indietro e si presenta dentro un quadro nell’atto di officiare il matrimonio morganatico tra Dante e Beatrice. Ma soprattutto riempie la chiesetta di cartelle a stampa riscrivendo i dettami del vangelo e del corano per dimostrare la superiorità del primo sulla furia bellica del secondo che pretende di tener testa ai buoni crociati cristiani con la scimitarra della guerra sacra e con l’arma impropria del terrorismo suicida: altro che paradiso con le 70 beate vergini; l’inferno più rosso, con fuoco al calor bianco aspetta i martiri di Allah.  E chi non crede nella divinità di Cristo è un anticristo. (Povera Margherita Hack e povero anche me. Ma il priore pensava a Maometto).
Insomma una divertente divagazione di attualità messa a contrasto con la buia penombra delle lapidi nascoste sotto gli altari laterali dove si testimonia l’avvenuta sepoltura, in quel luogo, di Monna Tessa e Beatrice insieme a tutti i Portinari del Sestiere di S.Pietro.
Usciamo dalla chiesetta del parroco sfizioso, rientriamo nel Corso, la prima traversa, parallela alla chiesa di Beatrice, ci porta alla casa museo. Dalla trilogia delle sentenze sopra riportate si può capire il perché dell’assenza di Dante e della mancata originalità della sua casa.  Ma il posto è più o meno quello, la casa dei Portinari è lì a un passo, la Torre della Castagna è ancora quasi integra, le case e negozi intorno portano chiari i segni delle torri di allora. Già la casa torre: alta fino a 70 metri: settanta! Con quelle scale! La cucina in vetta per via dei fumi e degli incendi. Povere massaie per andare e tornare dalla spesa, per tirar su una mezzina d’acqua…Ma a un certo punto della storia il comune ordinò che nessuna casa torre superasse i trenta metri: prima Legge contro le barriere architettoniche.
La casa museo è dunque vuota di Dante, come la sua tomba di S.Croce.  E’ su tre piani, si visita a pagamento (4 euro). Reperti, pannelli e oggetti vari sono stati disposti con un certo gusto e criterio; e poi c’è la copia anastatica del libro del chiodo.  In bella evidenza Poppi, il mio paesello, sullo sfondo dello scenario che rievoca la battaglia di Campaldino.
Qualche foto.


 

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