sabato 26 maggio 2007

La favola bella (IV)




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Loredana al microfono (Torino, Fiera del libro 2007, lunedi 14 Maggio)


Il viaggio

Storia della mia vita

di Loredana Pislaru

             Il mio nome è Loredana.  Sono nata a Bacàu, in Romania, nel 1977.  Quando ero a scuola, in prima elementare, la mia maestra si chiamava Lupu;  era una donna un po’ anziana e molto severa.  Però si poteva comprare facilmente:  bastava una cassetta di mele o un litro di panna, un po’ di formaggio, per avere dei buoni voti a scuola.    Ho abitato in città fino all’età di quindici anni.  Poi il mio babbo ha cominciato a costruire una casa in un paese che si chiamava Traian.  Lì abitavano i suoi genitori.  La mia mamma all’inizio non era d’accordo perchè era molto malata.  Soffriva di depressione.  Era arrivata a pesare quaranta chili.  A quel tempo chi soffriva di depressione era considerato matto e i dottori avevano consigliato il mio babbo di ricoverarla in un ospizio.  Lui si rifiutò e la tenne a casa.  Avevo una sorella e un fratello più piccoli di me e siccome la mamma stava male ero io a pensare a loro. Lei non poteva portare nemmeno un litro di acqua per fare da mangiare.  Portavo tutto io e lei metteva solo la roba nella pentola. A me piaceva tanto abitare in paese.  Quando uscivo da scuola invece di andare a casa andavo a lavorare con il babbo alla casa nuova.  C’era tanto lavoro da fare:  portavo la carretta piena di cemento, oppure il babbo mi metteva a imbiancare la casa, di dentro e di fuori.  Quando non c’era niente da fare andavo a zappare un campo di granturco.  Il babbo mi diceva:  “Tu comincia che fra un’ora arrivo anch’io”.  Ma arrivava la sera per portarmi a casa.  La mattina mi svegliavo alle cinque per prendere il pulman, perchè alle sette cominciava la scuola.  Facevo un corso di due anni per fare la sarta.  Finita la scuola non potevo andare a lavorare perchè ero minorenne.  Ma facevo dei lavorini a casa.  Cucivo a macchina le sottane per le vecchine del mio paese e andavo a lavorare nel negozio del mio babbo, un bar di un’ azienda agricola dove si vendevano solo alcolici:  vodka, grappa, vino, liquori di tutti i tipi.  Lì era sempre pieno di ubriachi. 

 A dicotto anni mi sono sposata con un ragazzo che conoscevo da tre  perchè si abitava nello stesso paese.  Ho cominciato a parlare con lui e ci siamo frequentati per un mese.  Ogni tanto si scherzava parlando di matrimonio.  Io dicevo che avevo paura di dirlo al mio babbo e lui mi prendeva in giro. 

 A Natale si sono presentati tutti a casa mia.  C’erano il mio babbo, mia suocera, mio marito e suo nonno.  Io, insieme ad una zia, preparavo le salsicce e loro hanno cominciato a parlare dicendo che, dato che ci frequentavamo era meglio sposarsi.  Il nonno ha detto che ci regalava quattrocento litri di vino e il mio babbo avrebbe pensato al resto.  Io ero contenta.  Non che mi sentissi pronta perchè non sapevo nemmeno cosa voleva dire matrimonio.  E’ vero che amavo tanto mio marito ma mi sposavo più che altro perchè pensavo che andavo via dalla casa dei miei genitori.  E’ così il matrimonio fu fissato per il 17 febbraio 1996.

Dopo che mi sono sposata sono cominciati i guai.  Perchè dovevo cercare un lavoro.  Prima ho lavorato in una fabbrica di abbigliamento in città, ma non mi piaceva.  Non che il lavoro fosse brutto, ma mio marito rimaneva in paese e io dovevo stare in città, così ci vedevamo solo a fine settimana. Dopo lui è partito per la Jugoslavia perchè da noi non si trovava niente da fare.  Lui era contadino, lavorava nel bosco e tagliava la legna.  Aveva anche un piccolo campo, ma non era sufficiente per viverci.  Nel frattempo ho trovato lavoro in un’azienda agricola, un allevamento di pulcini.  Ero da sola con quattordicimila pulcini.  Dovevo tenerli puliti, dargli l’acqua e da mangiare.  Lavoravo di notte, sedici ore, dalle quattro del pomeriggio alle sette di mattina. Quando lavoravo con i pulcini ero rimasta incinta,  ma per colpa della fatica e dell’acido ho avuto un aborto spontaneo, a due mesi e mezzo.  Ho lavorato così per un anno.  Dopo sono partita con mio marito per la Jugoslavia.  Abitavo con una famiglia rumena che si era stabilita là da quasi venti anni e facevo dei lavorini perchè loro ci ospitavano.  Io cucivo e davo da mangiare alle galline.  Avevano cento galline.  Mio marito lavorava nella stalla.  La sera ci facevano dormire nella villa in costruzione vicino alla casa e ci chiudevano dentro perchè così non si poteva scappare con la roba di casa.  Così dicevano loro.  Dopo abbiamo trovato il lavoro in una famiglia:  io come domestica e mio marito come pastore delle capre.  Siamo rimasti due settimane, poi per andare via abbiamo detto che io non stavo bene e che dovevo andare a casa e mio marito mi doveva accompagnare fino al di là della dogana.  Perchè non volevano ridarci il passaporto: avevano paura che lui non tornasse.  E così è successo.  Lui aveva preso quel lavoro di pastore alla condizione di lavorare tutta l’estate. Invece noi volevamo soltanto  fare i soldi per tornare a casa.   Quando siamo arrivati a casa abbiamo giurato di non andare via mai più.  Allora sono andata a lavorare in una fabbrica di vino e mio marito nel bosco e abbiamo cominciato a costruire la nostra casa.  Lui lavorava con altri ragazzi a fare i mattoni con la  terra gialla, la paglia e l’acqua.  Si faceva tutto a mano.  Io fino alle cinque lavoravo in fabbrica, quando uscivo facevo da mangiare per la sera, poi facevo tre chilometri a piedi e andavo ad aiutare mio marito a fare i mattoni.  Si mischiava tutto con i piedi scalzi, la terra, la paglia e l’acqua e dopo si metteva negli stampi di legno fatti apposta e si seccavano al sole.  Così abbiamo fatto millecinquecento mattoni per costruire la nostra casa.  Quando la casa era finita, dopo quattro mesi è venuto al mondo il nostro primo bambino.  Sebastian.  A dicembre abbiamo fatto una bella festa e con i soldi che ci hanno regalato, quattro milioni e mezzo di Lei, abbiamo comprato una mucca.  La più magra che c’era.  Ma in primavera la mucca si era fatta bella tonda, perchè mio marito le ha dato tanto da mangiare.  Quando è arrivato Sebastian, io e mio marito eravamo molto contenti, ma non si pensava che avere un bambino fosse così difficile.  Lui non lavorava più perchè era inverno e io nemmeno, sicchè i soldi c’erano solo quelli che ci dava lo stato per il bambino che erano duecentomila Lei, più o meno nove euro al mese.  Pagate le bollette della luce e comprato da mangiare, non si arrivava a fare niente.  Per i vestitini del bambino, i primi mesi siamo andati in un negozio di seconda mano che importava  lenzuoli usati dall’Italia e dalla Francia e li vendevano a poco.  Ho comprato dei lenzuoli e ci ho cucito i pantaloni e delle camiciole.  Mi ricordo che ho trovato un lenzuolo con gli angoli elastici, un po’ più morbido e ci ho cucito due copertine.  Era marrone, a fiori gialli e verdi.  Il ricordo di quel lenzuolo è come un pugno nello stomaco.  Era tutto difficile, ma noi ci amavamo ed eravamo molto uniti. Un giorno eravamo a raccogliere i fagioli.  Si parlava dell’Italia perchè si sentiva dire che se arrivavi lì diventavi grande.  Alla fine abbiamo deciso che io dovevo partire. Per pagare il viaggio abbiamo preso in prestito milletrecento euro da una zia e se ci fermava la polizia rischiavo di perdere la casa per restituirle i soldi.  Avevo tanta paura.  Il mio bambino aveva solo otto mesi e dovevo smettere di dargli il latte.  Mentre  smettevo di allattare ero rimasta incinta e non lo sapevo.  Ero già di un mese e mezzo.  Sono andata a fare un controllo perchè mi sentivo male e ho scoperto che aspettavo due gemelli e dovevo partire il giorno dopo per l’Italia.  Allora ho dovuto abortire subito e dopo dieci minuti sono tornata a casa perchè in Romania a tutti gli angoli di strada si trova un ambulatorio medico che ti fa l’aborto in sette minuti.  Dura solo sette minuti, perchè ho guardato l’orologio:  volevo che finisse più presto possibile.  Il giorno dopo sono partita.  Dovevo cercare lavoro e imparare un’altra lingua. Dopo due giorni di pulman ci hanno lasciato a Venezia, una città molto bella, ma per me era brutta perchè avevo paura.  Dovevo cercare la stazione e comprare un biglietto per arrivare a Firenze dove mi aspettava il mio babbo.  Non sapevo come fare.  Ad un certo punto ho visto passare un ragazzo del mio paese, uno che conoscevo bene.  Lui mi ha visto e mi ha chiesto cosa ci facevo lì.  Ci siamo parlati e poi lui mi ha aiutato a fare il biglietto e a prendere il treno.    Quando sono  arrivata volevo solo dormire.  Ero sfinita.  Avevo viaggiato per cinquanta ore senza mai dormire per la paura.  E con un aborto fatto un giorno prima di partire.  Volevo solo riposare.  Invece, arrivata a casa del mio babbo, lui aveva fame perchè aveva lavorato e così ho cominciato a cucinare.  Quando ha finito di mangiare siamo andati a letto, ma ho visto che c’era un solo letto.  Per me c’era una sedia di quelle da spiaggia che aveva le gambe davanti rotte, erano buone solo quelle del mezzo e della testa.  Ho fatto un cuscino con un golf un po’ rotto e mi sono coperta con una giacca.  Faceva un po’ freddo perchè era il ventotto di ottobre, ma ero talmente stanca che non ho sentito più niente.   Il terzo giorno che ero in Italia il mio babbo ha parlato con il suo padrone che aveva bisogno di me per levare gli abeti di Natale.  Non ho potuto dire di no, anche se era un lavoro molto duro dopo un aborto fatto cinque giorni prima.  Dovevo levare dalla terra sessanta abeti in un giorno, da sola.  Speravo solo che il buon Dio mi guardasse dal cielo, perchè in un altro modo non potevo fare.   Ho lavorato così per tre giorni. Dopo il babbo ha parlato al telefono con la mamma che, di nascosto, gli ha raccontato tutto.  Io mi vergognavo di tutto davanti a lui, mi sembrava che non gli andasse bene niente, perchè lui non è una persona che ti accarezza o ti dice qualcosa.  Lui ti guarda e se ne va. Dopo due settimane ho trovato lavoro come domestica in una casa di quattro persone:  tre figli e il babbo.  E poi lavoravo anche nella segheria del padrone, una segheria molto grande.  Ho lavorato lì per sette mesi.  Avevo la domenica libera e così la domenica andavo dal mio babbo e pulivo la casa per lui e per mio fratello.  Lavavo a mano tutta la loro roba e cucinavo per una settimana.  Mio fratello aveva costruito un nascondiglio nel bosco, perchè io ero clandestina e se per caso mi fermavano i carabinieri, dovevo correre fino a una piccola finestrina e saltare fuori.  Dietro alla casa c’era un bosco  e c’erano solo tre case, ma ogni tanto saliva la macchina dei carabinieri.

Dopo sette mesi che lavoravo in quella famiglia, non ce la facevo più.  Dovevo pulire, lavare, fare da mangiare, fare l’orto e nella segheria mi facevano trasportare tronchi tutto il giorno. Ero diventata magra, ero invecchiata.  Ero sfinita.  Pregavo tanto di trovare un altro lavoro. Ma era difficile dire al mio padrone che andavo via.  Perchè avevo paura di lui, che mi denunciasse ai carabinieri. Quando gliel’ho detto, per una settimana nessuno ha più parlato con me. Mi è sembrata una settimana tanto lunga, la più lunga di tutta la mia vita. 

 

 

INTERVISTA rilasciata alla rivista Marie Claire


D.  Quale parola le è piaciuta di più quando è arrivata in Italia?

R.   SOGNARE

 Perchè è una parola che quasi tutti gli stranieri usano arrivando in un paese dove si guadagna di più e così si comincia a sognare per un nuovo futuro nel nostro paese d’origine.

D.  Una parola invece che l’ha fatta soffrire?

R.   STRANIERA

 Perchè quando sono arrivata in Italia mi son sentita proprio una straniera tra stranieri perchè non avevo nessuno che apparteneva a me, mio marito, mio figlio.

D.  La parola che le ha portato più fortuna?

R.   AMICI

 Perchè  ho avuto la fortuna di incontrare delle persone che mi  hanno considerato come una figlia.  Sono stati più di un amico, quasi dei genitori.

D.  Una parola difficile da tradurre?

R. NOSTALGIA

 Non perchè  sia una parola difficile da tradurre ma perchè il suo senso è difficile da sopportare e per questo diventa anche difficile da tradurre.

D.  Tre  parole significative per il finale del suo racconto?

R.   STANCHEZZA CAMBIAMENTO APPAGAMENTO

 Perchè  nei primi sette mesi in Italia avevo trovato un lavoro troppo faticoso per una donna di ventitre anni con quattro persone a carico e un lavoro in segheria e così ho provato a cambiare e ci sono riuscita realizzando i miei desideri.

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