martedì 9 settembre 2014

Due giornate dedicate a Dante


Sabato 27 settembre 2014, al castello di Porciano (Pratovecchio-Stia, AR), sotto il Falterona farò questo intervento:

La vita e l’opera di Dante Alighieri fra Toscana e Romagna

 nei primi anni dell’esilio

1 – Nei castelli dei Guidi si parla toscano e romagnolo

Francesco Mazzoni,  titolare della prima e unica cattedra italiana su Dante Alighieri dal 1967 al 2001, in una conferenza tenuta nella sala comunale di Bibbiena l’8 agosto 1965 ricorda che delle 13 lettere di Dante giunte fino a noi  la maggior parte sono state salvate da un anonimo archivista romagnolo al servizio dei conti Guidi qui in Casentino.
Romagnolo perché scrive con una sc palatale parole con la s dentale . Cioè scrive come è solito pronunciare: Abscentia invece di absentia, Conscilium invece di consilium, desciderio invece di desiderio… Sciria per Siria. Scia per sia, scempre per sempre…
Scrive Mazzoni: “ Si tratta di un cancelliere o di un funzionario dei Guidi, romagnolo per nascita e per lingua, il quale, mentre si trovava al di qua dei Mandrioli, ebbe  a reperire negli archivi dei Guidi o gli originali o antichissime copie delle lettere dantesche connesse, per materia o per data o per luogo di composizione, al Casentino. E pazientemente se le copiò”. Sono 9 delle 13 rimanenti.
La cosa non stupisce, vista la distribuzione dei possessi dei Conti Guidi sui due versanti, quello romagnolo e quello toscano. Così ad esempio Guido Novello di Modigliana fu possessore del castello di Poppi, e Tegrimo di Porciano possedette la parte maggiore e migliore del castello di Modigliana”.
Anche Guido Novello da Polenta, che ospitò Dante a Ravenna, scrive poscebel, scia, auscei per possibil, sia, ausei.
Toscana e Romagna dunque, pur divise dalla catena del Falterona e dal linguaggio, sono state unite sul piano amministrativo sotto i conti Guidi che avevano castelli sui due versanti dell’Appennino.
La storia di S.Sofia ne è buon testimone. In quella zona anticamente sorsero due castelli, uno sulla destra del fiume (Mortano) ed uno sulla sinistra (Santa Sofia). La storia dei due nuclei, inizialmente sotto il controllo dell'abbazia di S. Ellero, fu dal XV secolo divisa in quanto Santa Sofia passò alla Repubblica Fiorentina, mentre Mortano prima concesso in feudo ai Malatesta, fu successivamente annesso allo stato pontificio. Tale divisione amministrativa perdurò anche dopo l'unità d'Italia quando Santa Sofia fu aggregata alla Provincia di Firenze, mentre Mortano a quella di Forlì.  Solo nel 1923 il territorio fu riunificato nella provincia di Forlì-Cesena!
(v. Francesco Mazzoni, Le epistole di Dante, Arezzo, tipografia Zelli 1966, pp.64-67 passim)

2 - Dante padre della lingua italiana scrive in latino la sua grammatica. (Qui tradotto da Wikipedia).


De Vulgari Eloquentia (1302-1305) - La lingua italiana parlata dalla gente
I, 11 (Libro primo, cap.11) Volgare “millefiori”
Il volgare italiano risuona in mille varietà diverse: cerchiamo perciò il linguaggio più elegante d’Italia, quello illustre; eliminiamo  ogni parlata montana e campagnola: tali parlate hanno infatti un modo di accentare abnorme e appaiono perciò sempre discordanti dalla lingua degli abitanti del centro della città, come avviene appunto per le popolazioni del Casentino e di Fratta (Umbertide o Fratta di Romagna)
I,9
Anche gli abitanti di località piuttosto vicine (come Milanesi e Veronesi, Romani e Fiorentini), gli appartenenti per stirpe allo stesso popolo (come i Napoletani e gli abitanti di Gaeta, i Ravennati e i Faentini) e, cosa anche più straordinaria, i membri di una stessa comunità civica (come i Bolognesi di Borgo San Felice e quelli di Strada Maggiore parlano in modo diverso.

I, 13 Il toscanaccio no
Veniamo ai Toscani, che, fuor di senno per la loro pazzia, vogliono chiaramente arrogarsi la gloria del volgare illustre.Tuttavia, benché quasi tutti i Toscani siano ottenebrati dal loro brutto gergo, noi sappiamo che alcuni di loro hanno conosciuto il volgare più eccellente: cioè Guido, Lapo e un altro poeta, fra i Fiorentini, e, a Pistoia, Cino, cui noi ingiustamente, perché costretti da giusta ragione, assegnamo ora l’ultimo posto. Pertanto, se esaminiamo le parlate toscane e consideriamo come i sullodati personaggi si siano staccati dal proprio linguaggio, non rimane dubbio che il volgare da noi cercato sia un altro e non quello raggiunto dalla gente di Toscana.

I, 14 Romagna femminil dolce linguaggio
Entrando  in Romagna, affermiamo di aver trovato che in Italia esistono due volgari che si contrappongono, accordandosi in certe loro caratteristiche opposte. Uno di essi ha tale mollezza di vocaboli e di pronuncia e appare tanto femmineo da far prendere per donna un uomo, anche se parla con voce virile. Questo volgare si estende a tutti i Romagnoli e soprattutto agli abitanti di Forlì, città che, benché sia l’ultima della Romagna, appare tuttavia come il centro di tutta la regione. Costoro usano per affermare deuscì e per lusingare odo meo e corada mea.
I, 16    In cerca della pantera rosa (introvabile)
Abbiamo battuto i boschi e i pascoli d’Italia senza trovare la pantera che inseguiamo: applichiamo dunque per la sua scoperta un metodo di indagine più razionale, nell’intento di avviluppare nei nostri lacci questa fiera che fa sentire il suo profumo ovunque senza mostrarsi in nessun luogo.
I, 6 – Neppure il fiorentino vale la palma d’oro
 Noi invece che abbiamo per patria il mondo, come i pesci il mare, noi, che pure prima di mettere i denti abbiamo bevuto l’acqua dell’Arno e amiamo Firenze tanto da subire ingiustamente l’esilio per averla amata, noi poggiamo le spalle del nostro giudizio sulla ragione piuttosto che sul senso.
I, 17 – Il volgare rimane targato “millefiori”, ancora di tutti e di nessuno:
Abbiamo così conseguito ciò che cercavamo, e dichiariamo che in Italia il volgare illustre, cardinale, regale e curiale è quel volgare che appartiene a tutte le città italiane senza apparire proprio di alcuna di esse, quel volgare con cui vengono misurati, valutati e confrontati i volgari italiani.

3 – Un continuo camminare di qua e di là dal Falterona.

In costante ricerca della via del ritorno in patria, Dante tra il 1302 e il 1315 vive tra Arezzo e Forlì eterno pellegrino tra i castelli guidinghi che stanno tra Romagna e Toscana: epicentro Pratovecchio-Romena,  Porciano-Modigliana, Poppi, S.Godenzo, S.Benedetto in Alpe, Castrocaro, Dovadola, Forlì.
Francesco Mazzoni, nella conferenza sopra citata, afferma che Dante compose parti rilevanti dell’Inferno e gran parte del Purgatorio durante il periodo della permanenza in Casentino. (v. anche Urbano Cipriani, Ivi è Romena, ed Fruska, Stia 2008, p.93-108).
Del continuo frenetico spostarsi nei primi anni dell’esilio tra Casentino Mugello e Romagna, attraverso la catena del Falterona, “l’alpestro monte che attraversando l’Italia è tanto alto che in pochi luoghi passa oltre quel segno (Purg. XIV), rimangono tracce evidenti nelle terzine che descrivono l’ascesa ai vai gironi del Purgatorio con Virgilio sempre intento a sollecitare Dante che non indugi a parlare con le anime purganti più di tanto;  e tutti e due sempre a cercare la via più facile e breve per salire, timorosi di sbagliare, preoccupati che si annotti prima di arrivare alla meta prefissa.  

La domanda ricorrente: che via faremo?

Purg. II, 55-63 mostratene la via di gire al monte
quando la nova gente alzò la fronte
ver' noi, dicendo a noi: «Se voi sapete,
mostratene la via di gire al monte».
E Virgilio rispuose: «Voi credete
forse che siamo esperti d'esto loco;
ma noi siam peregrin come voi siete.
Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco,
per altra via, che fu sì aspra e forte,
che lo salire omai ne parrà gioco».
Purg. III, 52-78 - ditene dove la montagna giace
Noi divenimmo intanto a piè del monte;
quivi trovammo la roccia sì erta,
che 'ndarno vi sarien le gambe pronte.
«Or chi sa da qual man la costa cala»,
disse 'l maestro mio fermando 'l passo,
«sì che possa salir chi va sanz' ala?».
E mentre ch'e' tenendo 'l viso basso
essaminava del cammin la mente,
e io mirava suso intorno al sasso,
da man sinistra m'apparì una gente
d'anime, che movieno i piè ver' noi,
e non pareva, sì venïan lente.
«Leva», diss' io, «maestro, li occhi tuoi:
ecco di qua chi ne darà consiglio,
se tu da te medesmo aver nol puoi».
«O ben finiti, o già spiriti eletti»,
Virgilio incominciò, «per quella pace
ch'i' credo che per voi tutti s'aspetti,
ditene dove la montagna giace,
sì che possibil sia l'andare in suso;
ché perder tempo a chi più sa più spiace».
Così 'l maestro; e quella gente degna
«Tornate», disse, «intrate innanzi dunque»,
coi dossi de le man faccendo insegna.
Purg. IV, 13-18 -  ecco il passaggio che avevate chiesto
Di ciò ebb' io esperïenza vera,
udendo quello spirto e ammirando;
ché ben cinquanta gradi salito era
lo sole, e io non m'era accorto, quando
venimmo ove quell' anime ad una
gridaro a noi: «Qui è vostro dimando».

Purg. VII, 37-45 -  non si può viaggiare di notte
Ma vedi già come dichina il giorno,
e andar sù di notte non si puote;
però è buon pensar di bel soggiorno.
Purg. X,   7-21 - sosta forzata in cerca della via giusta da prendere
Noi salivam per una pietra fessa,
che si moveva e d'una e d'altra parte,
sì come l'onda che fugge e s'appressa.
«Qui si conviene usare un poco d'arte»,
cominciò 'l duca mio, «in accostarsi
or quinci, or quindi al lato che si parte».
E questo fece i nostri passi scarsi,
tanto che pria lo scemo de la luna
rigiunse al letto suo per ricorcarsi,
che noi fossimo fuor di quella cruna;
ma quando fummo liberi e aperti
sù dove il monte in dietro si rauna,
ïo stancato e amendue incerti
di nostra via, restammo in su un piano
solingo più che strade per diserti.
Purg. XI, 37-51 – se c’è più d’un varco quel n’insegnate che men erto cala
«Deh, se giustizia e pietà vi disgrievi 
tosto, sì che possiate muover l'ala, 
che secondo il disio vostro vi lievi,
mostrate da qual mano inver' la scala 
si va più corto; e se c'è più d'un varco, 
quel ne 'nsegnate che men erto cala;
ché questi che vien meco, per lo 'ncarco 
de la carne d'Adamo onde si veste, 
al montar sù, contra sua voglia, è parco».
Le lor parole, che rendero a queste 
che dette avea colui cu' io seguiva, 
non fur da cui venisser manifeste;
ma fu detto: «A man destra per la riva 
con noi venite, e troverete il passo 
possibile a salir persona viva.

Purg. XIII, 10-21  - il sole fa da guida
Poi fisamente al sole li occhi porse;
fece del destro lato a muover centro,
e la sinistra parte di sé torse.
«O dolce lume a cui fidanza i' entro
per lo novo cammin, tu ne conduci»,
dicea, «come condur si vuol quinc' entro.
Tu scaldi il mondo, tu sovr' esso luci;
s'altra ragione in contrario non ponta,
esser dien sempre li tuoi raggi duci».

XV, 139-145 - difficoltà di procedere tra il fumo, la nebbia o al buio
Noi andavam per lo vespero, attenti
oltre quanto potean li occhi allungarsi
contra i raggi serotini e lucenti.
Ed ecco a poco a poco un fummo farsi
verso di noi come la notte oscuro;
né da quello era loco da cansarsi.
Questo ne tolse li occhi e l'aere puro.
Purg. XVI, 1-15
Buio d'inferno e di notte privata
d'ogne pianeto, sotto pover cielo,
quant' esser può di nuvol tenebrata,
non fece al viso mio sì grosso velo
come quel fummo ch'ivi ci coperse,
né a sentir di così aspro pelo,
che l'occhio stare aperto non sofferse;
onde la scorta mia saputa e fida
mi s'accostò e l'omero m'offerse.
Sì come cieco va dietro a sua guida
per non smarrirsi e per non dar di cozzo
in cosa che 'l molesti, o forse ancida,
m'andava io per l'aere amaro e sozzo,
ascoltando il mio duca che diceva
pur: «Guarda che da me tu non sia mozzo».

Purg. XXII, 115-129 -  prendiamo la solita direzione delle altre volte
Tacevansi ambedue già li poeti,
di novo attenti a riguardar dintorno,
liberi da saliri e da pareti;
e già le quattro ancelle eran del giorno
rimase a dietro, e la quinta era al temo,
drizzando pur in sù l'ardente corno,
quando il mio duca: «Io credo ch'a lo stremo
le destre spalle volger ne convegna,
girando il monte come far solemo».
Così l'usanza fu lì nostra insegna,
e prendemmo la via con men sospetto
per l'assentir di quell' anima degna.

Purg. XXV, 1-9 - affrettiamoci perché è già tardi
Ora era onde 'l salir non volea storpio;
ché 'l sole avëa il cerchio di merigge
lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio:
per che, come fa l'uom che non s'affigge
ma vassi a la via sua, che che li appaia,
se di bisogno stimolo il trafigge,
così intrammo noi per la callaia,
uno innanzi altro prendendo la scala
che per artezza i salitor dispaia.

4 – L’alpe
Purg XVII, 1-12 -  Che sollievo uscire dalla nebbia e rivedere il sole
Ricorditi, lettor, se mai ne l'alpe
ti colse nebbia per la qual vedessi
non altrimenti che per pelle talpe,
come, quando i vapori umidi e spessi
a diradar cominciansi, la spera
del sol debilemente entra per essi;
e fia la tua imagine leggera
in giugnere a veder com' io rividi
lo sole in pria, che già nel corcar era.
Sì, pareggiando i miei co' passi fidi
del mio maestro, usci' fuor di tal nube
ai raggi morti già ne' bassi lidi.

Purg IV,25-54 -  A scuola di roccia
Noi salivam per entro 'l sasso rotto,
e d'ogne lato ne stringea lo stremo,
e piedi e man volea il suol di sotto.
Poi che noi fummo in su l'orlo suppremo
de l'alta ripa, a la scoperta piaggia,
«Maestro mio», diss' io, «che via faremo?».
Ed elli a me: «Nessun tuo passo caggia;
pur su al monte dietro a me acquista,
fin che n'appaia alcuna scorta saggia».
Lo sommo er' alto che vincea la vista,
e la costa superba più assai
che da mezzo quadrante a centro lista.
Io era lasso, quando cominciai:
«O dolce padre, volgiti, e rimira
com' io rimango sol, se non restai».
«Figliuol mio», disse, «infin quivi ti tira»,
additandomi un balzo poco in sùe
che da quel lato il poggio tutto gira.
Sì mi spronaron le parole sue,
ch'i' mi sforzai carpando appresso lui,
tanto che 'l cinghio sotto i piè mi fue.
A seder ci ponemmo ivi ambedui
vòlti a levante ond' eravam saliti,
che suole a riguardar giovare altrui
Se continuiamo a scrutare sotto il velame dei versi danteschi vedremo il sottofondo paesaggistico tosco-romagnolo, così come da una fotografia aerea si scorgono le tracce che stanno sotto la superficie del terreno. Come le seguenti:
Scene campestri
Purg XXVII, 76–93 -  le capre
Quali si stanno ruminando manse
le capre, state rapide e proterve
sovra le cime avante che sien pranse,
tacite a l'ombra, mentre che 'l sol ferve,
guardate dal pastor, che 'n su la verga
poggiato s'è e lor di posa serve;
e quale il mandrïan che fori alberga,
lungo il pecuglio suo queto pernotta,
guardando perché fiera non lo sperga;
tali eravamo tutti e tre allotta,
io come capra, ed ei come pastori,
fasciati quinci e quindi d'alta grotta
Inferno 26 – le lucciole
Quante 'l villan ch'al poggio si riposa,
nel tempo che colui che 'l mondo schiara
la faccia sua a noi tien meno ascosa,
come la mosca cede a la zanzara,
vede lucciole giù per la vallea,
forse colà dov' e' vendemmia e ara:
di tante fiamme tutta risplendea
l'ottava bolgia, sì com' io m'accorsi
tosto che fui là 've 'l fondo parea.
Purg II, 124-133: i colombi
Come quando, cogliendo biado o loglio,
li colombi adunati a la pastura,
queti, sanza mostrar l'usato orgoglio,
se cosa appare ond' elli abbian paura,
subitamente lasciano star l'esca,
perch' assaliti son da maggior cura;
così vid' io quella masnada fresca
lasciar lo canto, e fuggir ver' la costa,
com' om che va, né sa dove rïesca;
né la nostra partita fu men tosta.

Purg. III, 79-93 -  le pecore
Come le pecorelle escon del chiuso
a una, a due, a tre, e l'altre stanno
timidette atterrando l'occhio e 'l muso;
e ciò che fa la prima, e l'altre fanno,
addossandosi a lei, s'ella s'arresta,
semplici e quete, e lo 'mperché non sanno;
sì vid' io muovere a venir la testa
di quella mandra fortunata allotta,
pudica in faccia e ne l'andare onesta.
Come color dinanzi vider rotta
la luce in terra dal mio destro canto,
sì che l'ombra era da me a la grotta,
restaro, e trasser sé in dietro alquanto,
e tutti li altri che venieno appresso,
non sappiendo 'l perché, fenno altrettanto.

Del passaggio continuo che fa Dante del confine linguistico che corre lungo i crinali dell’Appennino tosco-romagnolo sono testimoni tante terzine dove gli interlocutori si rivolgono a Dante chiamandolo “tosco”:
5 – O tosco - Dante riconosciuto dall’accento toscano
Inferno  X, 22-28
«O Tosco che per la città del foco
vivo ten vai così parlando onesto,
piacciati di restare in questo loco.
La tua loquela ti fa manifesto
di quella nobil patrïa natio,
a la qual forse fui troppo molesto».

Inferno XXIII, 91-96
Poi disser me: «O Tosco, ch'al collegio
de l'ipocriti tristi se' venuto,
dir chi tu se' non avere in dispregio».
E io a loro: «I' fui nato e cresciuto
sovra 'l bel fiume d'Arno a la gran villa,
e son col corpo ch'i' ho sempre avuto.

Inferno XXXIII, 10-12
Io non so chi tu se' né per che modo
venuto se' qua giù; ma fiorentino
mi sembri veramente quand' io t'odo.

Purgatorio
XIV, 103, 124
Non ti maravigliar s'io piango, Tosco,
quando rimembro, con Guido da Prata,
Ugolin d'Azzo che vivette nosco,

Ma va via, Tosco, omai; ch'or mi diletta
troppo di pianger più che di parlare,
sì m'ha nostra ragion la mente stretta».

Purg. XVI, 137
«O tuo parlar m'inganna, o el mi tenta»,
rispuose a me; «ché, parlandomi tosco,
par che del buon Gherardo nulla senta.

6 – Toscana e Romagna sono sempre al centro di mille attenzioni e vengono descritte da chi aveva bene in pratica luoghi, vicende e persone:
Inferno XXVII, 25-54 Guido da Montefeltro (il padre di Buonconte) domanda notizie dei romagnoli:
Se tu pur mo in questo mondo cieco
caduto se' di quella dolce terra
latina ond' io mia colpa tutta reco,
dimmi se Romagnuoli han pace o guerra;
ch'io fui d'i monti là intra Orbino
e 'l giogo di che Tever si diserra».
Io era in giuso ancora attento e chino,
quando il mio duca mi tentò di costa,
dicendo: «Parla tu; questi è latino».
E io, ch'avea già pronta la risposta,
sanza indugio a parlare incominciai:
«O anima che se' là giù nascosta,
Romagna tua non è, e non fu mai,
sanza guerra ne' cuor de' suoi tiranni;
ma 'n palese nessuna or vi lasciai.
Ravenna sta come stata è molt' anni:
l'aguglia da Polenta la si cova,
sì che Cervia ricuopre co' suoi vanni.
La terra che fé già la lunga prova
e di Franceschi sanguinoso mucchio,
sotto le branche verdi si ritrova.
E 'l mastin vecchio e 'l nuovo da Verrucchio,
che fecer di Montagna il mal governo,
là dove soglion fan d'i denti succhio.
Le città di Lamone e di Santerno
conduce il lïoncel dal nido bianco,
che muta parte da la state al verno.
E quella cu' il Savio bagna il fianco,
così com' ella sie' tra 'l piano e 'l monte,
tra tirannia si vive e stato franco.

Qui è Dante che domanda e Buonconte figlio di Guido che risponde:
Purg. V, 91-129: Campaldino, l’Arno, la valle tra il Pratomagno e la  Giogana, l’Eremo di Camaldoli, l’Archiano; insomma storia, topografia e meteo del Casentino:
E io a lui: «Qual forza o qual ventura
ti travïò sì fuor di Campaldino,
che non si seppe mai tua sepultura?».
«Oh!», rispuos' elli, «a piè del Casentino
traversa un'acqua c'ha nome l'Archiano,
che sovra l'Ermo nasce in Apennino.
Là 've 'l vocabol suo diventa vano,
arriva' io forato ne la gola,
fuggendo a piede e sanguinando il piano.
Quivi perdei la vista e la parola;
nel nome di Maria fini', e quivi
caddi, e rimase la mia carne sola.
Io dirò vero, e tu 'l ridì tra ' vivi:
l'angel di Dio mi prese, e quel d'inferno
gridava: "O tu del ciel, perché mi privi?
Tu te ne porti di costui l'etterno
per una lagrimetta che 'l mi toglie;
ma io farò de l'altro altro governo!".
Ben sai come ne l'aere si raccoglie
quell' umido vapor che in acqua riede,
tosto che sale dove 'l freddo il coglie.
Giunse quel mal voler che pur mal chiede
con lo 'ntelletto, e mosse il fummo e 'l vento
per la virtù che sua natura diede.
Indi la valle, come 'l dì fu spento,
da Pratomagno al gran giogo coperse
di nebbia; e 'l ciel di sopra fece intento,
sì che 'l pregno aere in acqua si converse;
la pioggia cadde, e a' fossati venne
di lei ciò che la terra non sofferse;
e come ai rivi grandi si convenne,
ver' lo fiume real tanto veloce
si ruinò, che nulla la ritenne.
Lo corpo mio gelato in su la foce
trovò l'Archian rubesto; e quel sospinse
ne l'Arno, e sciolse al mio petto la croce
ch'i' fe' di me quando 'l dolor mi vinse;
voltòmmi per le ripe e per lo fondo,
poi di sua preda mi coperse e cinse».


Inferno XVI, 94-106 - la cascata dell’Acquacheta, sul versante romagnolo:
Io lo seguiva, e poco eravam iti,
che 'l suon de l'acqua n'era sì vicino,
che per parlar saremmo a pena uditi.
Come quel fiume c'ha proprio cammino
prima dal Monte Viso 'nver' levante,
da la sinistra costa d'Apennino,
che si chiama Acquacheta suso, avante
che si divalli giù nel basso letto,
e a Forlì di quel nome è vacante,
rimbomba là sovra San Benedetto
de l'Alpe per cadere ad una scesa
ove dovea per mille esser recetto;
così, giù d'una ripa discoscesa,
trovammo risonar quell' acqua tinta,
sì che 'n poc' ora avria l'orecchia offesa.

Inferno  XXX, 44-75 - Ivi è Romena:
Li ruscelletti che d'i verdi colli
del Casentin discendon giuso in Arno,
faccendo i lor canali freddi e molli,
sempre mi stanno innanzi, e non indarno,
ché l'imagine lor vie più m'asciuga
che 'l male ond' io nel volto mi discarno.
La rigida giustizia che mi fruga
tragge cagion del loco ov' io peccai
a metter più li miei sospiri in fuga.
Ivi è Romena, là dov' io falsai
la lega suggellata del Batista;
per ch'io il corpo sù arso lasciai.

Inferno XXII, 1-12 – Aretini sempre in festa o in guerra:
Io vidi già cavalier muover campo,
e cominciare stormo e far lor mostra,
e talvolta partir per loro scampo;
corridor vidi per la terra vostra,
o Aretini, e vidi gir gualdane,
fedir torneamenti e correr giostra;
quando con trombe, e quando con campane,
con tamburi e con cenni di castella,
e con cose nostrali e con istrane;
né già con sì diversa cennamella
cavalier vidi muover né pedoni,
né nave a segno di terra o di stella.
E ancora Toscana e Romagna, sulla sinistra e destra costa d’Appennino - un intero canto:
Purg. XIV, 16 e sgg.
E io: «Per mezza Toscana si spazia
un fiumicel che nasce in Falterona,
e cento miglia di corso nol sazia.
Di sovr' esso rech' io questa persona:
dirvi ch'i' sia, saria parlare indarno,
ché 'l nome mio ancor molto non suona».
«Se ben lo 'ntendimento tuo accarno
con lo 'ntelletto», allora mi rispuose
quei che diceva pria, «tu parli d'Arno».
che dal principio suo, ov' è sì pregno     Il Falterona è tra le cime più alte di tutto l’Appennino
l'alpestro monte ond' è tronco Peloro,
che 'n pochi luoghi passa oltra quel segno,
infin là 've si rende per ristoro
di quel che 'l ciel de la marina asciuga,
ond' hanno i fiumi ciò che va con loro,
vertù così per nimica si fuga
da tutti come biscia, o per sventura
del luogo, o per mal uso che li fruga:
ond' hanno sì mutata lor natura
li abitator de la misera valle,
che par che Circe li avesse in pastura.
Tra brutti porci, più degni di galle                     la delusione di un amante tradito
che d'altro cibo fatto in uman uso,
dirizza prima il suo povero calle.
Botoli trova poi, venendo giuso,
ringhiosi più che non chiede lor possa,
e da lor disdegnosa torce il muso.
Vassi caggendo; e quant' ella più 'ngrossa,
tanto più trova di can farsi lupi
la maladetta e sventurata fossa.
Discesa poi per più pelaghi cupi,
trova le volpi sì piene di froda,
che non temono ingegno che le occùpi.
Né lascerò di dir perch' altri m'oda;
e buon sarà costui, s'ancor s'ammenta
di ciò che vero spirto mi disnoda.
Io veggio tuo nepote che diventa                       la nakba dei bianchi fiorentini (1302-1303)
cacciator di quei lupi in su la riva
del fiero fiume, e tutti li sgomenta.
Vende la carne loro essendo viva;
poscia li ancide come antica belva;
molti di vita e sé di pregio priva.
Sanguinoso esce de la trista selva;
lasciala tal, che di qui a mille anni
ne lo stato primaio non si rinselva».
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Questi è Rinier; questi è 'l pregio e l'onore        la Romagna del buon tempo antico, oggi così cambiata
de la casa da Calboli, ove nullo
fatto s'è reda poi del suo valore.
E non pur lo suo sangue è fatto brullo,
tra 'l Po e 'l monte e la marina e 'l Reno,
del ben richesto al vero e al trastullo;
ché dentro a questi termini è ripieno
di venenosi sterpi, sì che tardi
per coltivare omai verrebber meno.
Ov' è 'l buon Lizio e Arrigo Mainardi?
Pier Traversaro e Guido di Carpigna?
Oh Romagnuoli tornati in bastardi!
Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?
quando in Faenza un Bernardin di Fosco,
verga gentil di picciola gramigna?
Non ti maravigliar s'io piango, Tosco,
quando rimembro, con Guido da Prata,
Ugolin d'Azzo che vivette nosco,
Federigo Tignoso e sua brigata,
la casa Traversara e li Anastagi
(e l'una gente e l'altra è diretata),
le donne e ' cavalier, li affanni e li agi
che ne 'nvogliava amore e cortesia
là dove i cuor son fatti sì malvagi.
O Bretinoro, ché non fuggi via,
poi che gita se n'è la tua famiglia
e molta gente per non esser ria?
Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia;
e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,
che di figliar tai conti più s'impiglia.
Ben faranno i Pagan, da che 'l demonio    i Pagani di Faenza marchiati in negativo per colpa di Maghinardo
lor sen girà; ma non però che puro
già mai rimagna d'essi testimonio.

I rapporti tra Impero e papato, tra politica e religione, tra scienza e fede attraversano gran parte della storia d’Europa, fino ad oggi. Dante costituisce un’antenna ricetrasmittente sensibilissima di questa vexata quaestio che ne condiziona la vita e l’opera: a Cesare quel che è di Cesare. Un bel confronto tra Bonifacio VIII e Dante ambasciatore fiorentino alla corte pontificia.

7 - Teocrazia e laicità -

Confronto tra la Bolla pontificia “Unam Sanctam” (promulgata il 18 novembre 1302) e la contro bolla di Dante”De Monarchia” (pubblicata fra il 1308-1313)
Bonifacio VIII
« Ed essi dissero: Signore, ecco qui due spade» (Luca - 22, 38)
« Al tempo del diluvio invero una sola fu l'arca di Noè, raffigurante l'unica Chiesa; era stata costruita da un solo braccio, aveva un solo timoniere e un solo comandante, ossia Noè, e noi leggiamo che fuori di essa ogni cosa sulla terra era distrutta. » Da cui: la chiesa è l’unica detentrice dei due poteri religioso e politico.(Unam Sanctam Ecclesiam)

 Dante Alighieri

“Ancora dal Vangelo; Pietro, in occasione della Pasqua, disse a Cristo: “Ecco due spade”; essi sostengono che queste due spade rappresentano i due poteri, entrambi nelle mani di lui. Ciò è falso, sia perché la risposta non sarebbe adeguata all’intenzione di Cristo, sia perché Pietro era solito rispondere in maniera immediata e irriflessiva (si rilegga il brano dal Vangelo di Luca)”. (Monarchia cap.9)
“Inoltre l’esercizio dell’autorità temporale è contro la natura della Chiesa, quindi non rientra nelle sue facoltà. Infatti la natura della Chiesa è la sua stessa forma, cioè Cristo ed i Suoi insegnamenti. Cristo disse: “Il mio regno non è di questo mondo”. Non osservare questo comandamento è non seguire la forma della Chiesa”. (Monarchia cap. 14)
Contro il servo arbitrio teorizzato da papa Bonifacio Dante rivendica il libero arbitrio:
- l’autonomia dell’uomo dai poteri religioso e politico.
Purg. XXVII Io te sovra te corono e mitrio
Come la scala tutta sotto noi
fu corsa e fummo in su 'l grado superno,
in me ficcò Virgilio li occhi suoi,
e disse: «Il temporal foco e l'etterno
veduto hai, figlio; e se' venuto in parte
dov' io per me più oltre non discerno.
Tratto t'ho qui con ingegno e con arte;
lo tuo piacere omai prendi per duce;
fuor se' de l'erte vie, fuor se' de l'arte.
Vedi lo sol che 'n fronte ti riluce;
vedi l'erbette, i fiori e li arbuscelli
che qui la terra sol da sé produce.
Mentre che vegnan lieti li occhi belli
che, lagrimando, a te venir mi fenno,
seder ti puoi e puoi andar tra elli.
Non aspettar mio dir più né mio cenno;
libero, dritto e sano è tuo arbitrio,
e fallo fora non fare a suo senno:
per ch'io te sovra te corono e mitrio».
Non è una forzatura affermare qui che
Dante anticipa le conquiste dell’uomo rinascimentale:
Sono gli anni in cui Marsilio da Padova si rifugia in Germania presso Ludovico il Bavaro per sfuggire alla persecuzione  della Curia per il suo “Defensor pacis” scritto nel 1324, una replica aggiornata della Monarchia di Dante.
Di Pico della Mirandola è rimasta letteralmente proverbiale la prodigiosa memoria: si dice conoscesse a mente numerose opere su cui si fondava la sua vasta cultura enciclopedica, e che sapesse recitare la Divina Commedia al contrario, partendo dall'ultimo verso, impresa che pare gli riuscisse con qualunque poema appena terminato di leggere.
“Non ti ho dato, o Adamo, né un posto determinato, né un aspetto proprio, né alcuna prerogativa tua, perché [...] tutto secondo il tuo desiderio e il tuo consiglio ottenga e conservi. La natura limitata degli altri è contenuta entro leggi da me prescritte. Tu te la determinerai senza essere costretto da nessuna barriera, secondo il tuo arbitrio, alla cui potestà ti consegnai”.   (Giovanni Pico della Mirandola, De hominis Dignitate).
Dante anticipa la Riforma: Ognuno è sacerdote di se stesso (Lutero).
Il De Monarchia dunque costituisce un’opera direttamente e coscientemente contrapposta alla Bolla  Unam Sanctam di Bonifacio VIII. La causa del mancato buon ordinamento della società civile è data dalla commistione dei due poteri religioso e civile. Una vera ossessione per Dante che riempie la sua Cantica di consigli, accuse e rimproveri e invettive sulla grande questione del rapporto tra i due poteri religioso e civile.Un esempio tra le tante terzine della Commedia che affrontano il tema (Inferno XIX 1-6,  XXVII 85-111, Purg VI  91-96,  Paradiso XXVII  22-66) :
Purgatorio XVI, 106-114
Soleva Roma, che 'l buon mondo feo,
due soli aver, che l'una e l'altra strada
facean vedere, e del mondo e di Deo.
L'un l'altro ha spento; ed è giunta la spada
col pasturale, e l'un con l'altro insieme
per viva forza mal convien che vada;
però che, giunti, l'un l'altro non teme:
se non mi credi, pon mente a la spiga,
ch'ogn' erba si conosce per lo seme.
Nel 1329 il cardinal Bertrando del Poggetto, su disposizione del papa Giovanni XXII che ancora risiedeva in Avignone,  richiese a Ravenna le ossa di Dante per farne un falò in Piazza Grande a Bologna insieme alle copie del De Monarchia. I duchi di Ravenna opposero un netto rifiuto. Si chiamavano Pino della Tosa e Ostasio da Polenta. Se non c’è in Ravenna una lapide a ricordo dei loro nomi, la proponiamo noi qui oggi.
Ravenna dunque è stata il luogo dove Dante ha trovato “al suo porto quiete”, definitivamente.  Meritamente Ravenna si onora della sua tomba e non gli fa sentire la nostalgia  di Santacroce. Soprattutto Ravenna ha consentito a Dante di passare gli ultimi anni della vita insieme ai figli in mezzo a persone che lo stimavano ed amavano come letterato, filosofo e poeta, esperto politico e fine ambasciatore.  A Ravenna ha goduto della quiete necessaria per condurre a compimento il Paradiso.
Giacché siamo alle commemorazioni e ai ringraziamenti voglio dedicare due righe a mamma Bella che è morta quando il bambino Dante aveva poco più di 5 anni senza sospettare che razza di fenomeno avesse messo al mondo. E babbo Alighiero che, facendo il cambiavalute, magari con un po' di usura, pur  lasciando orfano a 15 anni il primogenito Dante, aveva accumulato un patrimonio sufficiente per consentire alla seconda moglie Lapa di far frequentare a Dante le scuole e le nobili compagnie, facendogli trovare nel fratellastro Francesco un valido aiuto come amministratore del patrimonio familiare: due appezzamenti di terreno e un casolare nel popolo di S.Ambrogio, un podere con case, casolare, corte e terre in Camerata nel popolo di S.Marco al Mugnone, un podere con casa in località Le Radere, in S.Miniato a Pagnolle e case in Firenze, fra S.Margherita e S.Martino del Vescovo, vicine a quelle dei Donati, dei Sacchetti e dei Portinari. (v. Il Processo di Dante, ed. Arnaud Firenze 1967, a cura di Dante Ricci).
 Soprattutto voglio ricordare  Gemma che gli ha dato almeno 4 figli, avendo contribuito prima con una sostanziosa dote a liberare Dante dalle angustie del fabbisogno, poi salvando buona parte del patrimonio familiare, anche con l'aiuto del padre Manetto Donati che fu sempre generoso e provvido nei momenti di difficoltà seguiti alle condanne del genero. Ancora nel 1933 Gemma adiva gli uffici del Comune di Firenze per ottenere dal Giudice delle proprietà dei ribelli una assegnazione sui beni dotali, agevolando così anche i figli Matteo e Iacopo che stavano completando il commento all'opera del loro grande padre.
A Ravenna, ritornando a noi, Dante ha visto realizzato quanto scritto nella lettera drammatica del gran rifiuto (1315): “Lungi da un uomo che predica la giustizia il pagare, dopo aver patito ingiustizie, il suo denaro ai persecutori come a benefattori. Non è questa la via del ritorno in patria, o padre mio; ma se una via diversa da voi prima o in seguito da altri si troverà che non deroghi alla fama e all’onore di Dante, quella non a lenti passi accetterò; che se non si entra a Firenze per una qualche siffatta via, a Firenze non entrerò mai. E che mai? Forse che non vedrò dovunque la luce del sole e degli astri? Forse che non potrò meditare le dolcissime verità ovunque sotto il cielo, se prima non mi riconsegni alla città, senza gloria e anzi ignominioso per il popolo fiorentino? Né certo il pane mancherà”.
Mi piace concludere immaginando Dante che con un volo cielo-terra dalla cima del monte Serra, tra Casentino e Bagno di Romagna, sorvola con le ali di Icaro, opportunamente revisionate, “il paese che Adige e Po’ riga dove solea valore e cortesia trovarsi” (Purg. XVI, 115).
Sorvolando prima Verona poi Ravenna Dante, superati Inferno e Purgatorio,  ormai “esperto e de li vizi umani e del valore”, plana dolcemente  nella pineta sul litorale di Classe dove le foglie mosse dallo scirocco fanno da bordone al cinguettio degli uccellini:
Purg. XXVIII, 1-21: incoronato e mitriato da Virgilio, Dante entra nel paradiso terrestre:
Vago già di cercar dentro e dintorno
la divina foresta spessa e viva,
ch'a li occhi temperava il novo giorno,
sanza più aspettar, lasciai la riva,
prendendo la campagna lento lento
su per lo suol che d'ogne parte auliva.
Un'aura dolce, sanza mutamento
avere in sé, mi feria per la fronte
non di più colpo che soave vento;
per cui le fronde, tremolando, pronte
tutte quante piegavano a la parte
u' la prim' ombra gitta il santo monte;
non però dal loro esser dritto sparte
tanto, che li augelletti per le cime
lasciasser d'operare ogne lor arte;
ma con piena letizia l'ore prime,
cantando, ricevìeno intra le foglie,
che tenevan bordone a le sue rime,
tal qual di ramo in ramo si raccoglie
per la pineta in su 'l lito di Chiassi,
quand' Eolo scirocco fuor discioglie.
Grazie, Ravenna.                             
Castello di Porciano (Pratovecchio-Stia, AR)    27 settembre 2014                     
                  Urbano Cipriani

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